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Il Trombi s’è dato alla politica

testata_FB_handcari i miei lettori,

come forse avrete udito mi son dato alla politica, e corro come capolista di “Firenze a Sinistra con Tommaso Grassi” alle elezioni per il Comune di Firenze in programma per il 25 Maggio 2014.

Chi fosse interessato può seguirmi sul sito preparato ad hoc per la campagna elettorale che trovate qui

http://www.giacomotrombiperfirenze.it

se volete darmi una mano, ve ne sarò estremamente grato: le cose migliori che possiate fare sono

  1. [se votate a Firenze] votarmi, facendo una croce su “Tommaso Grassi” come candidato sindaco, una croce sul simbolo di “Firenze a Sinistra con Tommaso Grassi” e scrivendo accanto GIACOMO TROMBIADRIANA ALBERICI (il mio ticket elettorale, di più su di lei qui)
  2. facendo sapere ad amici e conoscenti (meglio se votanti a Firenze, ovviamente) che mi candido e che mi sostenete, ed invitandoli a fare altrettanto
  3. facendovi piacere la mia pagina Facebook https://www.facebook.com/GiacomoTrombiperFirenze ed invitando tutti i vostri contatti di Facebook a farsela piacere
  4. seguendomi su twitter, su google+ e su youTube

Grazie

Loro sono armati: di manico

Bossi se n’è andato, ha lasciato la guida del partito più vecchio attualmente in vita nella scena politica italiana, che teneva saldamente, o nelle proprie o nelle mani della sua famiglia, da due decenni.

Esce di scena un personaggio rozzo, nei modi e nel pensiero, un ottimo esemplare della nuova classe politica italiana, seppure con particolarità tutte sue. Un gran furbone, con un fiuto che ha permesso ad un partito che si regge su tutto e su nulla di sostenere gli sconquassi degli anni, e uscirne vivo, dopo che tante volte fu dato per spacciato. Un uomo che ha saputo cucire un elettorato quantomai disomogeneo, e se l’è tenuto stretto per anni, passando con disinvoltura da una promessa all’altra, tutte – dico tutte – disattese, senza mai esser riconosciuto come cialtrone farabutto qual è.

Indipendenza, secessione, federalismo, federalismo fiscale, puoi ancora indipendenze, poi annessione, secessione, etc etc. Sono stati al governo per praticamente un decennio, e non l’hanno fatta. Eppure l’elettorato è convintissimo che sia per colpa degli ‘altri’ , il leit motiv che accompagna ogni problema in Italia d’altra parte.

Come dimenticare poi l’uscita geniale del dialetto? A sbraitare che bisognava insegnare il dialetto a scuola, che in padania bisogna parlare il dialetto. Poi s’accorsero che un militante triestino ed un militante piemontese non riuscivano a capirsi, se parlavano in dialetto, con grave danno per l’immagine della granitica padania, unita contro il turco Meridionale, e la cosa cadde lì. Idea per altro assolutamente interessante: io appoggio pienamente l’idea di difendere le identità culturali locali, di promuovere lo studio e il parlare dei dialetti: un dialetto che sparisce è una ferita, un pezzo di cultura che perdiamo, e non va bene. Il problema è che dietro la Lega, se mai ci fossero stati dubbi, alla fine idee non ce ne sono. Ci sono soldi, tanti, e come dovunque in Italia, dove ci sono soldi, arrivano i faccendieri, gli sciacalli, i farabutti, la criminalità organizzata. E come sempre, nessuno gli sbatte la porta in faccia, nemmeno alla Lega, da sempre contro i cattivi.

Bello poi l’epilogo, in stile Italiano, con Maroni, il fedelissimo amico, con cui Bossi ha condiviso mille battaglie, che mi dà l’impressione – ma sicuramente sono io maligno – che abbia saputo sfruttare il ruolo che ha ricoperto di ministro dell’interno, e guarda caso scoppia il bubbone, e Bossi se ne deve andare. E penso alla tristezza di questa gente. Due colleghi, che lavorano insieme per anni, che fanno – appunto – mille battaglie insieme, lottano, condividono, e poi la cosa finisce così, con la classica coltellata alla schiena.

Ma è proprio necessario che in politica debba valere la legge della giungla? Che per forza ci debbano essere lotte all’ultimo sangue? Che non ci possano essere amicizie o ideali, che alla fine finisca sempre tutto a schifìo?

Vediamo ora che succederà, se ne va Berlusconi, e poco dopo le segue Bossi – d’altra parte doveva succedere, no?

Nel frattempo uno splendido Bersani trova l’accordo sulla legge elettorale con Alfano e Casini, una legge che mantiene nelle mani dei farabutti di cui ci lamentiamo tutti – in primis gli elettori del pd – la possibilità di decidere i candidati (così avremo ancora un bello stuolo di pompinare, faccendieri, farabutti, mafiosi e quant’altro ad affollarsi ai banchi di Montecitorio, altri Scilipoti estratti dal cilindro del genio Di Pietro: sono ansioso di risentire qualcuno che ritiri fuori la storia che Prodi lo fece cadere Bertinotti, così parliamo un po’ dei confini fra dabbenaggine e buonsenso. La capacità di saper leggere il presente ed il futuro della classe dirigente del pd resta comunque, per me, motivo di tranquillità: il suo stolido perdurare mi fa sentire sereno, sicuro, un po’ com’era con Dalla. Ogni tanto accendevi la tv o la radio e c’era lui, e tu ti ripetevi: “Le cose importanti stanno ancora tutte al loro posto”

Bossi lo amo ricordare così, come lo definisce un mio caro amico quando non ne può più e sbotta: “handicappato di merda”

Uno splendido Bossi

Goodbye and good luck

Era da un pezzo che paventavo questo momento, e purtroppo è arrivato: Oscar Luigi Scalfaro se n’è andato.

Tante se ne sono dette, tante se ne diranno su di lui. Per me è stato un presidente della repubblica formidabile. Ed è stata anche una lezione di politica, anzi, una serie di lezioni.

Era un cattolico di destra/centro-destra, dunque politicamente avevamo ben poco a che spartire. Oggigiorno è impensabile: nei casi “migliori”, chi è dall’altro lato la pensa in modo diametralmente opposto, e dunque non c’è niente in comune; nei casi “peggiori”, una volta che hanno il culo sulla poltrona son tutti uguali e pensano solo a magnare. Però su un punto – in una democrazia normale – non si dovrebbe discutere: la Costituzione. Se si gioca insieme, le regole le si scelgono tutti insieme, in un circolo virtuoso in cui, confrontandosi e lavorando, si trovano i valori che ci accomunano, le cose in cui si crede, e in quella cornice si gioca. Questo vuol dire che chi appartiene ad un partito diverso è un avversario, persona degna, da rispettare, e non un nemico. Io con Scalfaro ho condiviso la passione per la Costituzione, che me lo ha fatto incontrare nel 2005, a Roma: una mattina memorabile.

Era il presidente dei comitati per la difesa della Costituzione durante il periodo in cui la maggioranza di centro-destra cercava pesantemente di modificare la Costituzione a favore dei poveri e dei derelitti. Per fortuna, gli andò buca, non grazie ai partiti di centro-sinistra, va detto: mi feci tutta la campagna, e si videro solo alla fine. Ma proprio alla fine. Per altro il primo ministro ai diessini non dispiaceva affatto. Comunque: Scalfaro quel giorno era di ottimo umore, affabile, scherzoso. Andando avanti con la riunione, approfittando della platea ristretta, raccontò i retroscena della crisi del primo governo Berlusconi, e di come gestì la cosa.

Berlusconi andò da lui e fece tre richieste. Non ricordo con esattezza quali fossero, una di sicura erano le elezioni anticipate. Anticipatissime, visto che erano passati solo sei mesi, e di andarci con il suo governo in carica. Scalfaro raccontò di come ebbe chiarissimo, in quei brevi secondi, che se avesse detto anche solo un sì, Berlusconi sarebbe riuscito a strapparglieli tutti e tre. L’Italia nel frattempo era in crisi nera, c’era grande sfiducia nelle istituzioni, c’era stata tangentopoli; come presidente della repubblica doveva cercare di scongiurare il ritorno alle urne in tutti i modi. Berlusconi incalzò: “Forse non mi hai sentito – le prime cariche dello stato per prassi si danno del Tu, come ci spiegò lo stesso Scalfaro vedendo i nostri occhi strabuzzati – ti ho fatto tre richieste…”. A questo punto Scalfaro lo interruppe e rispose:

“Alle tue tre richieste, rispondo tre no.”

E poi, confessò Scalfaro senza la minima vanteria, quasi vergognandosene, fece un bluff magistrale, interpretando con spregiudicatezza il suo ruolo (anche alla luce della sua conoscenza dello Stato, aggiungo io). Puntò sul fatto che Berlusconi non conoscesse tutte le prerogative e i poteri del capo dello stato, e gli fece credere di averne molti più di quanti ne avesse, e insieme gli fece una proposta che – a suo dire – mai nessun presidente avrebbe dovuto fare, ovvero che avrebbe proposto di formare un nuovo governo alla persona che Berlusconi gli avesse indicato (mai sentito parlare di Lamberto Dini?). Berlusconi, che invero ignorava gran parte delle norme della democrazia parlamentare italiana, alla fine accettò, come la Storia ci insegna, ma credo che, appena sceso dal colle, i suoi collaboratori gli abbiano fatto notare come fosse stato turlupinato – peraltro per la seconda volta (la prima era stato per Previti) – da Scalfaro. Da qui, malignamente, credo derivi gran parte dell’astio del centrodestra nei confronti del Nostro, checché ne dicano. E li capisco anche.

Ricordo a tal proposito una tribuna politica, in cui c’era Scalfaro e Sacconi. Quest’ultimo si lasciò un po’ troppo andare a fare il teatrino, e Scalfaro gli disse, con molta dolcezza, qualcosa come: “Maurizio, siamo stati compagni di partito [la DC N.B.] per tanti anni, non c’è bisogno di far finta di non conoscersi e di darsi del Lei”. Sacconi reagì da essere indegno qual è, rinfacciandogli la condanna a morte che Scalfaro firmò a guerra appena finita. Scalfaro accusò il colpo, tornò in un attimo quel vecchio che era, e stette zitto, visibilmente ferito. In quel momento, conoscendo la storia per averla sentita raccontare da Scalfaro stesso (a me personalmente, per altro), quasi mi commossi per la profonda pena che provai, e dalla rabbia e il disgusto per il colpo basso di Sacconi.

Scalfaro fece benedire, quando ne era presidente, la Camera dei Deputati, fatto che ritengo gravissimo. Eppure la stessa persona, anni e anni dopo, quando la CEI si espresse su un referendum (o qualcosa del genere), disse che i Vescovi sono persone eccellenti, ma che essendo fuori dalla Costituzione della Repubblica, farebbero bene ad occuparsi di religione, e non della politica italiana. Io credo che, diversamente da molti altri, si sia evoluto, nel tempo, come politico e come uomo. La differenza fra Scalfaro e Capezzone, ad esempio, è che quest’ultimo ha cambiato idea per avere più potere. E come lo stesso Scalfaro disse: “Ricredersi e cambiare pensiero è un atto di intelligenza e di dirittura morale. Se un ministro democristiano diventa comunista rifiutando posti di potere io lo rispetto. Ma chi cambia idee e acquista potere certamente è un opportunista”.

Nel 2007, in un periodo di grande sfiducia nella politica, un giorno mi imbattei in una legge che voleva modificare la Costituzione, cercando di aumentare il quorum necessario per modificare la Carta stessa (e dunque mettendola al sicuro da colpi di maggioranza, come fece il centrosinistra per il titolo V). Vado a vedere, e il primo firmatario era Scalfaro. Presi carta e penna, e gli scrissi, dicendo subito che ci separavano abissi politici, ma ringraziandolo per quella proposta di legge e per aver “salvato il paese da quella manica di farabutti che dissennatamente il popolo italiano” aveva eletto nel ’94, esprimendogli la mia gratitudine per la sua presenza in un desolante panorama politico, e il mio sconforto e disamore alla politica.

Dopo qualche settimana, un giorno, a pranzo con i miei amici-colleghi, mi telefonò mio padre.

“Giacomo, oggi sono venuti due questurini a cercarti a casa tua, non c’eri, hanno sentito la vicina di sopra che ha fatto chiamare me: gli ho dato il tuo cellulare, ti scoccia?”.

“Pà, ormai ha poca importanza se mi scoccia o meno, ma che volevano?”

“Mah, non saprei, dice che non era niente di brutto”

“Avranno ritrovato il cellulare di Paola, certo strano che ti vengano a cercare a casa…”

Un po’ interdetto racconto la cosa ai colleghi. Dopo pochi minuti una telefonata, un numero a me ignoto compatibile però con i numeri in zona via Zara.

Rispondo.

“Salve, è la Questura di Firenze, parlo con Giacomo Trombi?”

“Si”. Nel frattempo il mio collega M. chiedeva, a voce non troppo bassa, “Ma che cazzo hai combinato?”

“Lei tre settimane fa ha scritto una lettera al presidente Scalfaro” – a metà strada fra una domanda ed una affermazione

“….si…” (porca puttana – penso nel frattempo – me l’hanno intercettata)

“Il presidente Scalfaro avrebbe piacere di parlarle, e chiede se può telefonarle sul suo numero di telefono privato”

“….scusi?…”

“Il presidente Scalfaro ci ha chiesto di rintracciarla per chiederle se può chiamarla al suo cellulare” ripete divertita la signorina.

Balbetto che ovviamente mi farà un grande piacere, e da lì passa l’appetito e tutto il resto.

Più tardi, in ufficio, squilla nuovamente il cellulare: un numero di Roma.

Solita trafila:

“Pronto, è la segreteria del Presidente Scalfaro, è il signor Giacomo Trombi?”

“Si”

“Lei tre settimane fa ha scritto una lettera al presidente Scalfaro?”

“Si”

“Aspetti un attimo, le passo il Presidente”

 

 

 

“Sono Scàlfaro…”.

 

 

La lunga telefonata, che si svolse per parte mia nel torrido cesso – un posto di sicura privacy – in cima alla piccionaia di Agraria, in un torrido Agosto, fu semplicemente meravigliosa.

Per prima cosa si scusò per avermi fatto chiamare sul mio numero privato. Poi mi ringraziò più e più volte per la lettera, a suo dire troppo lusinghiera nei suoi confronti. Poi cominciò a raccontare. I primi anni della politica, l’episodio terribile della condanna a morte che dovette firmare – la legge era semplicemente, purtroppo quella, anche se poi fu amnistiato –  una grande e profonda crisi che ebbe nel primo dopoguerra, quando gli sembrò che tutto fosse ancora marcio, che nulla fosse cambiato, e durante il quale avesse pensato di mollare tutto. Poi ancora ringraziamenti, mi chiese che facevo. Mi salutò mandandomi un abbraccio. Qualche tempo dopo mi arrivò un suo libro sulla Costituzione, con la dedica scritta di suo pugno.

Non capii subito per quale motivo mi avesse telefonato. C’è chi dice per ringraziarmi, c’è chi dice perchè era un vecchio che non aveva un cazzo da fare e questurini a disposizione, c’è chi dice perchè era un signore, c’è chi dice perchè era un democristiano. Dopo non poco tempo ho capito, un po’ come François Pienaar in “Invictus”, dopo il primo incontro con Mandela, quando la sorella gli chiede “Allora, che voleva?” e lui, dopo qualche minuto, illuminato, capisce e risponde “Credo che voglia che vinciamo il campionato del mondo”. Allo stesso modo ho capito io, raccontando la cosa a gente semisconosciuta sulle gradinate di santambrogio una sera d’estate di qualche tempo dopo, per quale motivo Scalfaro mi abbia chiamato: per dirmi di non farmi prendere dallo sconforto, di non abbandonare le mie responsabilità, di non abbandonare la lotta. Perchè anche se sembra che tutto sia uno schifo, non possiamo permetterci il lusso di mollare tutto.

Potrete dire quello che volete su Scalfaro, e magari avete anche ragione. E magari aveva ragione anche chi, malignamente, ha detto che mi ha telefonato perchè si annoiava.

Resta il fatto che un ex presidente della repubblica si è preso la briga di telefonarmi per dirmi di non perdere la fiducia e di non darmi per vinto. Quando mi impartirete una lezione di vita di questo livello, vi ascolterò volentieri.

 

Grazie, presidente, e buona fortuna

Capitani coraggiosi

21 anni fa, di questo periodo, moriva, dopo che mia madre l’aveva aiutato a farsi il segno della croce e dunque, in virtù di questo, serenamente, mio nonno Vincenzo. Oggi avrebbe 106 anni.
Doveva in realtà chiamarsi Guido, ma il parente o chi per lui che andò all’anagrafe si dimenticò il nome, e pensò che Vincenzo andasse benissimo.
Era l’ultimo figlio di una famiglia palermitana di capitani di marina.
Da piccolo, quando stava per cominciare la prima guerra mondiale, andava al porto a vedere i bastimenti che arrivavano, e poi andava a riferire a suo nonno, quasi cieco da tempo, che si faceva ripetere la stazza delle navi alla fonda, ripetendo incredulo cifre che, per un uomo abituato alle vele e non al vapore, non potevano essere comprese.
Mio nonno, mi concedo una licenza, recitava con serietà la sua parte, nel grande palcoscenico della vita. Era meridionale, e per questo si sentiva in dovere di essere ferocemente geloso e attaccare – letteralmente – al muro chiunque indugiasse a suo avviso un po’ troppo sulle forme di mia nonna. Era siciliano, e dunque piuttosto maschilista. Era un marinaio, e aveva amiche in ogni porto. Era capitano di marina, e dunque monarchico. Era anche uomo all’antica, che credeva nella dignità dell’uomo.
Passò il tempo, durante il secondo conflitto mondiale, ad incrociare nel mar mediterraneo. Mi raccontava, con la voce austera gelida nel suo disprezzo, di come gli inglesi passassero con la mitragliatrice i naufraghi in balia delle onde, a dispetto di tutte le leggi del mare, e di come una volta, interrogando in merito a questo un capitano anglosassone prigioniero, per l’appunto raccolto in mare, si sentì rispondere “È la guerra”. Mi raccontava di Cipro, di Creta, di Gibilterra; di come una volta avesse sentito, nel silenzio assoluto, i denti di un sottoposto che battevano forte dal terrore, mentre in una notte buia aspettavano il bombardamento, in mezzo al mare.

Che io sappia non ha mai fatto naufragio, l’unica volta in cui lo avrebbe fatto fu chiamato appena in tempo, mentre saliva la passerella di una nave che sarebbe stata colata a picco subito fuori dal porto di Palermo (nessun superstite), perché sua madre era morta. Una sorta di salvataggio in extremis, verrebbe da pensare.

Non so cosa farei io se fossi il capitano di una nave grande come un comune e tale nave stesse affondando. Non so se avrei il coraggio di restare a bordo a coordinare i soccorsi col rischio di crepare. Non so, soprattutto, se avrei il coraggio di far tutto questo dopo aver fatto un’immane cazzata, per altro concordata con la compagnia.

Non so nemmeno cosa avrebbe fatto mio nonno. Però ho alcune convinzioni. Non credo che mio nonno sarebbe passato così vicino ad un’isola. Credo però che probabilmente nemmeno la compagnia gli avrebbe chiesto di farlo per rendere felici i menefreghisti a bordo, che consumano paesaggi come fossero popcorn, e li vogliono vedere vicini. Non credo che mio nonno avrebbe lasciato la nave, la sua nave.

Oggi il senso dell’onore, della dignità di un uomo, il senso del dovere, sono tutte cose che, in Italia, sono considerate da sfigati, da perdenti, da piglianculo.

Mio nonno, con tutti i difetti che poteva avere, era un uomo che credeva nella dignità dell’uomo e nel suo onore. Per questo era capace di vegliare, già vecchio, suo nipote in vece di sua figlia stremata dalla stanchezza, e la mattina esser di nuovo pronto a farlo, e a farlo ancora, senza mostrare il minimo segno di stanchezza, come fosse la cosa più normale del mondo. Perchè, per lui, in effetti era la cosa più normale del mondo che un uomo si comportasse così.

C’è tanta voglia di eroi, in Italia, basti guardare il buon De Falco e come sia stato incensato.

Cosa lascia perplessi è  che l’italiano di oggi desidera ardentemente che l’eroe ci sia, ma che non sia lui stesso: d’altra parte perché proprio lui?

Pensierino di Natale

Nel mentre che Monti si starà facendo due palle grosse come campane per contentare tutti i partiti col totoministri (sempre un passo avanti il giornalismo italiano, eh! l’Italia va a rotoli, e la cosa migliore che riescono a cacare è tutta una serie di servizi sul totoministri), io ho deciso di concedermi un sogno d’inizio inverno. Lo so, sarebbe ancora autunno. Lo so, parliamo di Monti. Però mi andava lo stesso.

Dal momento che sarà un governo tecnico, o, come si dice a Firenze, tennico, non mi aspetto – né addirittura sogno – alcunché di fondamentale. Tipo lotta alla Mafia (e poi sarebbe anche di cattivo gusto: alla fine non siamo falliti grazie a quel quarto di PIL che non compare nei registri contabili dello stato, ma solo su quelli di Cosa Nostra, sarebbe ingrato far loro questo), riforma del sistema scolastico o comunque misure di tipo “culturale”, o altro. Però magari qualche cosa divertente sì, no?

Ecco dunque i miei desiderata: sono semplici, terra-terra, venali se volete, lo so. Ma d’altra parte è di Monti che parliamo, no?

1)  Invasione del Vaticano. Tutti i beni della Chiesa espropriati ed affidati ad un bel commissariamento di presidenza Finlandese (non vorrete mica darlo ad un italiano, vero!?). L’ICI sui beni della Chiesa, su tutti i beni della Chiesa, sia ripristinato come fossero immobili ad alto rendimento commerciale. Non mi vengano a rompere i coglioni che sono tutte la prima casa del Signore: è nato in una stalla, cosa volete che gliene freghi di avere un salotto grosso come San Pietro.

2) Parlamento ridotto della metà. Lo stipendio dei parlamentari deve essere uguale a quello di un professore di scuola media, e rispetto al lavoro che fanno, ci guadagnano i parlamentari, non v’è dubbio. Vedano poi loro se aumentare quello dei professori.

3) Ogni volta che i parlamentari diminuiranno le pensioni d’invalidità per gli handicappati, verrà loro espropriata una casa, anche se comprata a loro insaputa. Vediamo se ci pensano un po’. Se non hanno case, vengano coattamente trasferiti in un bell’appartamento popolare: sono certo che saranno numerose le famiglie  che vorranno scambiare il proprio alloggio popolare con la casa che i parlamentari non hanno.

4) I parlamentari devono dare il buon esempio: prendere gli autobus, le metropolitane, i treni. Come tutti gli altri. Le auto blu vengano destinate al trasporto organi, trasporto vecchi e handicappati. Sarà fatto obbligo – per i parlamentari – di fare la spesa personalmente una volta alla settimana.

5) Introduzione del concetto di tasse proporzionali. Ah, è già nella costituzione? Partirei dunque con un 2% di tasse da parte dei dipendenti, pubblici o privati che siano, e via a salire. Però vorrei una bella curva esponenziale: d’altra parte, che cazzo te ne fai di un milione di euro all’anno?

6) Evasione: agli evasori venga fatto un culo così.

7) Evasione: la pena sia commisurata al livello di indecenza. Se dichiari 15.000 euri l’anno, e hai un Porche Cayenne (meglio conosciuto a Prato come “codesto troiaio”) e un loft di oltre cento metri quadrati, devi obbligatoriamente fare a cambio con un fortunato, estratto a sorte, che vive in un monolocale con tutta la famiglia, possiede una Simca mille e guadagna davvero 15.000 euri l’anno. Lo scambio deve durare mesi 12. Poi vediamo se evadi ancora, pezzo di merda.

8) Grandi opere: le penali per ritardi, lavori fatti a cazzo di cane, errori o roba del genere, o le paga la ditta appaltatrice, oppure chi ha affidato il lavoro, si mettano pure d’accordo (non dovrebbe risultar difficile).

9) Nazionalizzare le banche. Troppo?

10) Mandare a cacare il fondo monetario internazionale

Per ora mi accontento di questo

L’arte di sbagliare

slittaIl travagliato rapporto fra il mio buon Acciai e Fitto mi ha pungolato.

Un giorno d’inverno, in una strettoia, s’incontrarono due contadini sulle loro slitte. Il primo disse: “Spostati su, ché fa freddo e io devo andare al mercato a vendere la mia roba!”.
“Spostati tu – ribatté l’altro – ché fa freddo, sono stato tutta la mattina al mercato e ho fretta di tornare al calduccio dalla mia famiglia!”.
E così stavano a litigare in mezzo alla strada.
Passò un terzo che disse loro: “Chi ha più premura, si faccia indietro”.

Questo racconto russo, non ricordo di chi sia – ed era sicuramente scritto molto meglio – mi ha colpito sin dalla prima volta che, bambino, l’ho letto.
Il litigio in contumacia fra Enrico e Raffaele, come tutti quelli fra gli italiani in questi ultimi vent’anni, mi ricordano sempre questi due contadini.

Non pensiate, però, che io mi ritenga al di fuori di questa logica: mio malgrado ne sono invischiato anch’io.

Anche io schiumo di rabbia. Non riesco più a guardare un pollaio politico in TV: semplicemente non ce la faccio.

Una volta vidi a ottoEmezzo quella sottosegretario pdl tanto-per-bene che non mi ricordo mai come si chiama, la Casellati (son dovuto andare a vedere). Avevamo ancora i postumi della barzelletta di Berlusconi sulla mela, con cui deliziò la delegazione di fedeli a Palazzo Grazioli, mi pare. E io pensavo: “Ma perché una signora che potrebbe essere mia madre si deve ridurre a difendere un indifendibile ed impresentabile maschilista gretto volgare vecchio maniaco?”

E tuttavia queste considerazioni partono da un primo, irrinunciabile assioma: noi, che siamo quelli buoni, bravi e intelligenti, abbiamo ragione, gli altri, che sono coloro che votano Berlusconi, hanno torto, o comunque sbagliano.

Di questo passo andiamo poco lontano.

Anche io mi chiedo ad esempio cosa possa dire Capezzone ai propri amici più cari, quelli che ti conoscono, che ti vogliono bene, che sanno chi sei. Di cosa avranno parlato dopo che da radicale è diventato portavoce di Berlusconi? Di fica?
Eppure io sono convinto, e ogni giorno cerco di ricordarmelo bene, perché è un insegnamento difficile, che la ragione non stia mai da una sola parte, e che dunque il mio assioma sia sbagliato.

Credo che ci sia perlomeno una cosa infatti che accomuna me e una persona che – in buona fede – vota Berlusconi (a parte il fatto che condividiamo la chimica del carbonio): entrambi non sbagliamo. E soprattutto, gli italiani non sanno sbagliare.

E sbagliare è un’arte impegnativa.

Se riuscissimo tutti a sbagliare, ovvero a capire in cosa sbagliamo, e ad accettarlo serenamente, facendo un passo indietro, le cose credo ricomincerebbero a funzionare.

E loro potrebbero tornare a casa, ché sono stati al mercato negli ultimi dieci anni, e noi a portare la nostra roba al mercato, che le mele succulente che abbiamo raccolto a Milano questa primavera stanno per andare a male.

Imbarazzo

È inevitabile, succede sempre, eppure non riesco ad abituarmici.
All’estero – e insomma ci sono stato abbastanza spesso negli ultimi dieci anni – prima o poi me lo chiedono sempre, con diverse intonazioni, con diverse intenzioni: “…ma…e Berlusconi?”.
C’è chi lo chiede col sorrisetto, come a dire “belle figure di merda, eh!”, chi con stupito interesse, chi vorrebbe capire, chi sfottere. Generalmente comunque prevale lo sconcerto accorato.
Non è facile spiegare, forse perché non ho io per primo chiaro cosa accada al nostro popolo.

Vagli a spiegare.

Un conto è spiegare Borghezio: esso è un fascista malato, matto, e riscuote successo in una parte risibile della popolazione. Osceno, ridicolo, grottesco, chiamatelo come volete, ma è in un certo qual modo considerabile fisiologico.

Berlusconi invece è stato votato dalla maggioranza degli italiani. Che o non sanno, o non vogliono sapere: un conto è avere un presidente del consiglio che non si vorrebbe avere, un conto è averne uno che viene considerato, all’estero, un completo buffone, e in modo purtroppo bipartisan, da destra e da sinistra. Perché certe cazzate all’estero non passano inosservate. Per ora solo una volta è andata meglio, con un gentilissimo indiano che mi ha detto che a loro non fa tanto effetto Berlusconi, perché da loro è sempre così. Gentilissimo, ma lo stesso – non so perché – mi veniva da piangere.

Generalmente adotto una strategia integrata, per uscirne velocemente:
1) in Italia c’è una grandissima crisi culturale (e quindi il discorso è troppo grosso per essere affrontato senza addormirsi);
2) siamo una democrazia acerba, tarpata dalla guerra fredda, stretta fra USA e URSS, dove il PCI non poteva di fatto vincere le elezioni, e quindi una democrazia zoppa (e dimmi che ho torto);
3) ma…e xxx? (e qui – se disponibile – inserisco il nome della loro vergogna nazionale, sorrido sornione come a dire “vogliamo andare avanti?” e con questo passo con disinvoltura mi getto sulla birra. Se non ce n’è, simulo un attacco convulsivo.)