La morte di Bagheera

Tempo fa sono stato, con mio grandissimo diletto, Akela in un branco di lupetti. Quando me ne andai via, come altri Akela prima di me, raccontai il brano del libro della Giungla chiamato “la morte di Akela”, che rende ancor più straziante il già di per se doloroso momento, e che fa parte de “I cani rossi”. Avevo però sempre considerato ingiusto che Bagheera, che generalmente è la responsabile femminile del branco, non avesse la dignità di un brano di Kipling per salutare il proprio branco. Ancor più mi sembrava ingiusto per la mia Bagheera, senza la quale non avrei durato una sola riunione. Decisi allora, senza grandi pretese letterarie, di scrivere un racconto sulla falsa riga di quelli di Kipling che raccontasse la morte di Bagheera, così che anche lei lo potesse leggere una volta che avesse lasciato il branco. Eccolo qua, per chiunque ne voglia far uso nel proprio branco.


una pantera

Era un tiepido pomeriggio d’autunno, scure nuvole si affollavano in cielo senza sosta, spinte da venti tropicali. Erano passate molte stagioni da quando Mowgli cacciava con il Branco di Seeonee, e in quel tardo pomeriggio stava gironzolando, come spesso gli capitava gli fare, nei pressi di un immenso palazzo di un qualche re dell’India che particolarmente gli piaceva, non lontano dalla Giungla. Stava passando, senza far rumore, lungo il muro di un magazzino esterno, quando da una delle alte finestre udì una voce. Senza far caso alla voce, né alla lingua, Mowgli sentì qualcosa come: “È proprio vero quel che dissi ad Akela, che nessuno può sperare di guidare per sempre il branco, e ciò vale anche per un cacciatore senza branco come me…”. Subito gli si drizzarono i capelli dietro la nuca, perché si rese conto che quella voce, seppure molto invecchiata dal tempo, la conosceva bene, e parlava una lingua che Mowgli non parlava più molto spesso.

“Bagheera!” gridò sussurrando Mowgli con le mani attorno alla bocca “Bagheera sono qui fuori!”

“Sei proprio tu, fratellino?” Rispose la voce dal magazzino.

“Per il toro che mi ha riscattato, certo che sono io!” disse Mowgli quasi offeso.

“Stai attento fratellino, qua attorno è pieno di uomini armati, dentro e fuori il muro che ci separa!” disse Bagheera “Mi ha fatto piacere sentire ancora la tua voce, l’ultima, ora va’, non è bene che ti trovino qui!”.

Mowgli credette di non aver sentito bene: “Che dici Bagheera, esci e andiamocene un po’ a caccia assieme! Ti aspetto qui.”

“No fratellino, è finito il tempo delle caccie assieme, mi hanno catturato con il fiore rosso, hanno bruciato mezza giungla per riuscire a circondarmi, mi hanno battuto e rinchiuso in una gabbia, e le botte mi hanno levato le forze per uscire. Vattene fratellino, davvero non sono un bello spettacolo!”.

Mowgli non disse niente, ma i suoi pensieri correvano come la Waingunga sotto le rocce del Piccolo Popolo.

“Sto arrivando” disse, e cominciò a studiare la situazione,

Non fu difficile, una volta calata la sera, strisciare lungo le ombre, e dopo una buona attesa, trovò il momento propizio, mentre due guardie chiacchieravano sonnolente davanti al portone del magazzino che avevano lasciato aperto. Scivolò dentro senza fare rumore, e una volta al sicuro, imitò il verso del gatto di città, così se avesse fatto rumore non avrebbe destato sospetti. Cercò il luogo in cui doveva essere la pantera nera, finché ne sentì il respiro affannato dietro alcune casse. Allora, sapendo quanto avrebbe sofferto Bagheera per essere visto in quello stato, passò oltre le casse con lo sguardo basso, evitando di guardare la pantera. Esaminò scrupolosamente la serratura della poderosa gabbia, prese una mazza di quelle per montare i binari e la avvolse in una pezza, poi disse :

“Bagheera, lancia un grido di caccia!” e mentre la pantera, con il poco fiato che aveva, faceva raggelare le guardie fuori del magazzino con il suo grido, Mowgli con un sol colpo tranciava via la serratura. Poi entrò nella gabbia e con infinita dolcezza, come già aveva fatto un’altra volta, sollevò il corpo di Bagheera, segnato dalle bastonate e dal tempo. Uscì dal magazzino sempre nell’ombra, mentre le guardie cercavano di riaddormentarsi, e corse via, verso la Giungla.

Quando ebbe corso per una buona mezz’ora e si sentiva al sicuro, Mowgli adagiò la pantera sull’erba, e Bagheera disse: “Guardami fratellino, non mi resta molto da vivere, e vorrei ancora una volta che tu mi guardassi, anche se non so quanto potrò sopportare i tuoi occhi nei miei” e Mowgli, con le lacrime agli occhi, guardò. “Sono molte le stagioni che ci separano da un piccolo ranocchio al chiaro di luna, ma vedo con piacere che questo tempo ti ha reso forte e saggio, fratellino. Già da molto tempo non ho più niente da insegnarti, e ora che nuovamente una serratura rotta mi ha liberato, vedo che hai voluto pagare un debito, un debito che io credevo pagato, un toro ucciso nella giungla. Bene fratellino, davvero ora tutti i debiti sono stati pagati, va’ e torna alla tua tana. E ricordati che Bagheera ti ha voluto bene.” Mowgli abbracciò la pantera, si voltò e andò via, senza mai girarsi indietro. Quando il sole cominciava a spuntare, sentì il canto della morte che ogni cacciatore deve cantare prima di morire, e che Bagheera, adesso, cantava.